Nicola di Rienzo

L'ultimo dei tribuni del popolo

Roma subiva una progressiva decadenza di prestigio ed economica, a causa dello spostamento della sede del pontefice, abbandonata nel 1309 da Clemente V, successore di Bonifacio VIII, che non entrò mai in città. Si rifiutò di recarsi a Roma per la consacrazione, che avvenne invece a Lione. Essa presenta il tetro spettacolo delle sofferenze di un popolo affamato e tribolato in tutti i modi, il quale si consuma nella povertà e nell’oscurità col corpo rotto ed esangue, rovina della storia universale, mentre nella remota Avignone il pontefice, dimenticatosi di lei, ammassava oro e tesori. Se già queste immagini fanno provare tristezza, questa s’aggrava ancor di più immaginando di percorre la città, dove le chiese abbandonate e crollanti annunciavano anche la decadenza della grandezza mondiale cristiana. Le vicende umane non ebbero mai un teatro di tragedie angosciose e di dolenti oscurità più di quello che esse avessero allora a Roma: giorno e notte, con feroci ire ereditarie, le famiglie dei nobili lottavano fra le rovine e l’ambizione dei baroni combatteva lotte accanite per conquistarsi le fasce porporine del manto senatorio.

Le case ostili dei Colonna e degli orsini straziavano Roma, così come facevano i guelfi e i ghibellini di altre città. Entrambe contavano alleati ugualmente potenti; in tutte le terre romane possedevano castelli e rocche; avevano alleati o parenti in luoghi lontani, fino nell’Umbria e in Toscana. Pertanto, una fazione non poteva frenare l’altra.

Queste erano le condizioni di Roma durante la così lunga assenza del papa. Il popolo sventuratissimo vide fallire tutti i suoi tentativi di ottenere la pace e di mettere a freno i baroni, e andò cercando un uomo che lo liberasse da quella insopportabile miseria. In quest’epoca calamitosa fu celebrata una festa memorabile, l’incoronazione in campidoglio di un poeta; ed essa contribuì a richiamare alla mente dei romani antichi ricordi.

La vita di francesco Petrarca si associa con la storia d’Italia così intimamente, come prima vi si unì quella di dante. Le sue opere, le sue lettere servono da documenti del tempo, che testimoniano un’Italia che protestò contro i pontefici francesi; con lui iniziò il risorgimento nazionale della dimenticata scienza classica.

Il Petrarca sentiva il desiderio ardentissimo di vedere Roma, i cui eroi, i cui poeti, i cui monumenti gli avevano fin dalla fanciullezza riempito l’animo di un’ammirazione straordinaria. Petrarca ebbe due volte l’occasione di visitarla, una volta nei primi giorni del febbraio 1337, e ci sarebbe da chiedersi se nei luoghi solitari della Roma antica l’occhio del Petrarca non notasse un giovane romano, poveramente vestito, dai lineamenti belli, che con amore appassionato per la patria, frugava le rovine per decifrarne le inscrizioni. Quel giovane allora non poteva osare di avvicinarsi al poeta già celebre, ma era destino che solo dieci anni dopo il Petrarca gli indirizzasse alcune odi ispirate dal suo successo. La seconda volta fu in occasione della sua incoronazione poetica, avvenuta l’8 aprile 1341. La celebrazione fu estremamente solenne, avvenne nella sala del palazzo del senato ed ebbe inizio fra suoni di trombe.

Tra gli spettatori di questa festa possiamo credere certamente che vi fosse anche Cola di Rienzo, il giovane entusiasta, inebbriato di ricordi. La egli vide il Petrarca per la seconda volta, e forse quella incoronazione fece maggiore impressione sull’animo suo che su quello dello stesso Petrarca. Poco tempo doveva trascorrere, e quel Cola, ora ignoto, si sarebbe seduto in quella sala capitolina, sullo scanno senatorio, coronato il capo in foggia fantastica, mentre nobili delle case più antiche di Roma gli sarebbero venuti davanti umilmente, col cappello in mano, e il popolo lo avrebbe applaudito come redentore e salvatore.

Il 19 maggio 1342 fu nominato pontefice Clemente VI, e il popolo romano, come era successo con i papi precedenti, decise subito di conferire la podestà senatoria al nuovo papa illudendosi di indurlo così a venire a Roma. Questa speranza si rinnovava e spariva con ogni nuovo pontefice che saliva al trono nell’odiata Avignone; ad ognuno di loro i romani non mancavano di dire che venisse a prendere pacifico possesso della sua città, dove risuonava continuamente il lamento dell’assenza del padre e pastore, dove se ne aspettava con ansia il ritorno lungamente desiderato.

Nell’anno successivo, grandi cambiamenti avvennero per la morte del re del regno di Napoli, Roberto, morto il 19 gennaio 1343 senza eredi maschi. Il regno era dilaniato dalla nobiltà feudale e perciò la sua morte divenne occasione di una spaventosa anarchia. E ne risentì le conseguenze anche Roma, dove gli Orsini, i Colonna, e i Caetani, per ragione dei loro feudi, areno vassalli della corona napoletana, e dove la vicinanza immediat, le relazioni della chiesa e molte altre condizioni tenevano la città in relazione costante con il regno. Poco tempo prima della morte di Roberto, erano già scoppiati a Roma veementi tumulti che condussero ad una rivoluzione: il senato era stato rovesciato. I reggenti del popolo notificarono l’accaduto al pontefice, rinnovando la sua signoria e gli presentarono la stessa richiesta.

Nel gennaio del 1343, il giovane notaio cola di Rienzo andò legato del popolo, con le sue conoscenze e con la sua eloquenza, Cola aveva in questi anni acquistato fama nella città, e l’incarico di oratore al papa fa capire che egli aveva avuto una parte nella rivoluzione da poco avvenuta. Il giovane romano da molto tempo era nemico ardente dei patrizi che gli avevano ucciso il fratello, e da lungo tempo si era formato in lui il pensiero di liberare la sua città dalla loro signoria dispotica. Ora in particolare cercava di indurre il papa ad agire in questo senso. L’incarico dell’ambasciata di Avignone fu la sua prima opera politica, e gli aperse il sentiero della vita pubblica. Cola adempì abilmente alla sua missione col discorso che tenne innanzi al papa e ai cardinali.

La franchezza con la quale dipinse le sofferenze di Roma, a causa della tracotanza della nobiltà, e il suo ingegno oratorio gli valsero le simpatie del papa, il quale era pure apprezzato come illustre parlatore. Clemente VI accettò il potere di nuovo offertogli dal popolo. Il papa promise che una volta terminate le guerre tra Francia e Inghilterra avrebbe visitato la città. Cola scrisse una lettera ai romani per annunciare il suo successo, invitandoli a posare le armi per rendersi degni dell’altissima grazia, e celebrò il papa come salvatore di Roma ponendolo al di sopra di Scipione e di Cesare (lo stile della lettera imita di proposito quello della curia romana; e l’esordio rammenta quella bolla di Clemente V, in cui annuncia agli italiani la venuta di Enrico VII). In questa lettera Cola si attribuisce il nome di console romano, titolo che mostra che era già l’uomo, che più tardi avrebbe preso parte alla scena storica di Roma.

Ad Avignone Cola ebbe opportunità di vedere qualche volta Petrarca e di scambiare le sue idee sulla restaurazione di Roma con quelle del poeta, fantastiche come le sue. Ed anche Clemente VI provava un gran piacere dei discorsi di Cola, e s’intratteneva spessissimo con lui. Il papa oltre a ritenerlo simpatico, lo difendeva contro i patrizi romani, di cui si era attirato l’odio a causa delle sue audacie. Pensava che Cola gli potesse essere utile a Roma. Infatti, i papi miravano ad accontentare il popolo romano, sperando così di alleviare le critiche che venivano loro fatte per stare lontani dalla sede degli apostoli. Così, avendolo il povero plebeo pregato che gli conferisse la carica di notaio della camera urbana, il papa glielo concesse, il 13 aprile 1344 con lusinghieri elogi delle sue virtù e della sua scienza. E con questa carica cola incominciò la sua vita pubblica a Roma, dove tornò dopo la Pasqua di quello stesso anno.

Era nato a Roma nel 1313 nel rione Regola, figlio di un taverniere, Lorenzo e di Maddalena, dunque in una famiglia di condizione assai modesta, non come farà credere più tardi, figlio illegittimo dell’imperatore Enrico VII. La povertà dei suoi genitori non gli offrì alcun mezzo di educare le splendide doti del suo ingegno; e, dopo la morte della madre, si trasferì ad Anagni in casa di un suo parente, fino ai venti anni e come egli stesso lamentò, vivendo “da contadino fra contadini”. Verso l’anno 1333, dopo la morte di suo padre, tornò nella città, e qui ebbe maggiore opportunità di istruirsi. Il giovane romano imparò più da sé stesso, dagli scritti degli antichi e dai monumenti di Roma, che dagli insegnamenti dei maestri della città, la cui università decaduta può darsi che frequentasse. Le sue lettere dimostrano che era erudito nella Bibbia e nel diritto canonico. Conosceva a fondo Tito Livio, Seneca, Cicerone ed altri poeti antichi. Da essi trasse lo stile, il loro studio lo rese eloquente, nutrì il suo intelletto di immagini magnifiche, e lo invaghì ardentemente della grande idea dell’antichità.

Il popolo ignorante del suo rione si meravigliava nel vedere quel giovane, sul cui labbro si posava spesso uno strano sorriso, quando speculava intorno a statue antiche o decifrava intagli ed inscrizioni incisi sulle tavole di marmo di cui Roma era piena. Quegli epitaffi, sentenze sublimi che tra rovine parlavano di un grande mondo scomparso, sedussero la sua immaginazione poetica, così che gli pareva di essere entrato nel luogo di quegli eroi e di quei consoli. Nella sua mente si erano cancellati i limiti tra i tempi suoi e quelli passati e si accese un entusiasmo così fantastico che decise “di intraprendere operando ciò che leggendo aveva imparato”. e da quell’indole sua di sognatore, lì sul terreno della misteriosa antichità, nel tragico silenzio di Roma, fra le sventure di un popolo schiavo, si formò l'uomo meraviglioso fra i più importanti personaggi del medioevo. Cola intraprese l'unica professione che oltre al sacerdozio concedeva a Roma ai poveri plebei una condizione onorevole, ed infatti anche prima che fosse inviato ad Avignone, lo troviamo come pubblico notaio.

Quando dopo la Pasqua del 1344 fu ritornato a Roma favorito dal pontefice, con la gloria d'aver ben adempiuto alla sua missione, inebriato al pensiero della maestà di Roma antica, incominciò a stringere legami con uomini che nutrivano sentimenti uguali ai suoi, a raccogliere amici intorno a sé e a disporre le fila di una rivoluzione.

Cola si era messo a capo di una congiura alla quale prendevano parte cittadini di medio ceto specie agiati mercanti. Si riunivano segretamente sull’Aventino, su quel Colle divenuto ormai silenzioso e solitario. Il biografo di Cola descrive con molta vivezza l'impressione che uno dei suoi discorsi esercitò su i congiurati sforzandoli al pianto: erano tutti patrioti fanatici, ma anche uomini che provavano dolore per la rovina di Roma. Composero un piano pratico per abbattere i Baroni giurarono di mandarlo a termine e compilarono un documento. Era poi favorevole alle condizioni di Cola il fatto che egli si fosse appellato al favore del Papa e com'era poi vero lo stesso Clemente IV era irritato dei delitti della nobiltà. Pertanto, la rivoluzione del 1343 faceva sperare ai congiurati in un esito sicuramente positivo.

Quando Cola di Rienzo stava per mettere in esecuzione il suo piano di abbattere i nobili, le sofferenze del popolo erano giunte al colmo. Era il maggio del 1347. Governavano a Roma le famiglie degli Orsini e dei Colonna, le truppe di quest'ultimo si trovavano vicino Corneto, granaio di Roma, per provvedere alle provviste, e Cola senza indugio approfittò dell'assenza del potentissimo Barone. Dei suoi piani aveva messo a conoscenza Raimondo vescovo di Orvieto e vicario ecclesiastico del Papa. Tanto giusti apparivano i motivi di una rivoluzione, che quel prelato acconsentì a prendervi parte e così la rivolta fu preventivamente posta sotto la protezione dell'autorità della chiesa.

Il 19 maggio, araldi percorsero la città invitando il popolo a raccogliersi senza armi in Campidoglio, a Parlamento, non appena la campana ne avesse dato il segno. Verso la mezzanotte, Cola ascoltò la messa di Pentecoste nella chiesa di Sant'Angelo in Pescheria e con lui si riunirono i congiurati. Egli pose sé stesso e l'opera sua sotto la protezione dello Spirito Santo. Il mattino dopo uscì dalla chiesa tutto armato, fuorché il capo che portava scoperto. La rivoluzione incominciò sotto forma di processione, avviandosi al Campidoglio, pochi soldati soltanto proteggevano il corteo. Il vicario pontificio camminava con passo malfermo a fianco di Cola, ed entrambi salirono il Campidoglio. Cola salì sulla tribuna e parlò con eloquenza affascinante della cattività di Roma e della sua liberazione e protestò di essere pronto a sacrificare la vita per l'amore del Papa e per la salvezza del popolo. Tutti lo applaudirono. Immediatamente il Parlamento approvò tutte le buone leggi che Cola aveva annunciato con applausi fragorosi. Concesse a Cola piena signoria della città, potestà assoluta di riformatore e di conservatore della Repubblica, autorità di dichiarare guerra e di concludere pace, di nominare i pubblici ufficiali e di promulgare leggi. Il nuovo dittatore chiese subito modestamente di avere il vicario del Papa come compagno nella sua carica, affinché il governo popolare potesse avere la conferma Pontificia. Non una goccia di sangue fu versata. I senatori impauriti fuggirono. Il popolo si raccoglieva costantemente in assemblee, in un secondo Parlamento Cola assunse il titolo di Tribuno.

Presto si sparse per tutta l'Italia e agli là delle Alpi la notizia che la Repubblica di Roma si era liberata dei suoi tiranni e che aveva restaurato l'antica libertà per virtù di un eroe meraviglioso.

La rivoluzione colse i patrizi di sorpresa. Il tribuno dette loro l’ordine di uscire da Roma. Quando questi si rifiutarono fece suonare le campane e il popolo corse alle armi. I patrizi fuggirono dalla città. Quando poi Cola ebbe capito di avere in mano sua la forza piena ed intera del popolo chiese alla nobiltà di venire in Campidoglio a prestargli omaggio. Intimoriti vennero tutti: giudici, notai riverirono il governo del tribuno.

Sue lettere portarono messaggi a tutti i comuni di Italia. Con queste lettere, il tribuno avvisava le città d’Italia che Roma aveva ottenuto libertà, pace e giustizia; e l’esortava a prendere le armi per sconfiggere i tiranni, e a mandare a Roma due sindaci che si sarebbero riuniti in un parlamento universale per discutere del bene della provincia romana.

Con severa vigilanza di polizia furono puniti gli adulteri, si proibì ai baroni di affiggere stemmi sui palazzi, furono abbattute le palizzate che li circondavano. Un’amministrazione ben ordinata aumentò i redditi della Camera Urbana. La fama dell’uomo che in poco tempo aveva compiuto atti così importanti si diffuse rapidamente in Europa. Il popolo vedeva in lui l’eletto da Dio e nessuno biasimava la superbia con la quale Cola si muoveva per Roma.

Giungevano nel frattempo le risposte alle lettere di Cola. Il Papa, spaventato all’inizio, si era tranquillizzato, o almeno fingeva di esserlo. In realtà si preoccupava di come il governo fosse cambiato in così breve tempo e soprattutto senza il suo intervento. Giornalmente arrivavano a Roma ambasciatori dei comuni per prendere parte al parlamento nazionale. Questi eventi rafforzavano l’orgoglio e la fiducia di Cola nella sua missione.

Infatti, sembrava che il Campidoglio stesse diventando il centro politico di Italia. Il Doge Andrea Dandolo e i genovesi offrirono a Roma i loro servigi. Lucca, Firenze, Siena, Arezzo, Todi, Terni, Pistoia, Foligno, Assisi, Spoleto, Rieti e Amelia espressero la speranza che il cambiamento sarebbe stato il motore per la salvezza d’Italia.

Dovunque si credeva possibile che la Repubblica Romana risorgesse al suo splendore antico. Non vi era cristiano che non ritenesse che la residenza dei Papi ad Avignone fosse un delitto verso la sacra città di Roma.

La rivoluzione così compiuta fu un grande avvenimento che avrebbe potuto portare come conseguenza, al ritorno del papato e alla rinascita dell’impero.

Il 26 di luglio raccolta l’assemblea del popolo, fece leggere e confermare la legge con la quale da allora in poi tutte le giurisdizioni e gli uffici, tutti i privilegi e le potestà che il popolo romano avesse delegato agli altri tornassero nelle sue mani. Ancora prima, la questione era stata sottoposta ad un consiglio di giuristi romani e a quei giudici che le città italiane avevano mandato a Roma, e tutti avevano risposto affermativamente. Nulla poteva esserci di più radicale e coraggioso di una deliberazione simile, perché non soltanto si indirizzava contro la nobiltà ma anche contro la chiesa e contro l'impero. Tutti i privilegi genuini ed apocrifi della Santa sede, Da Costantino ad Enrico VII, così come tutti i diritti e i titoli del potere imperiale furono dichiarati invalidi e nulli.

La data del giorno in cui si doveva tenere il Parlamento nazionale si avvicinava ed erano già giunte a Roma magnifiche ambasciate di 25 città. Quando Cola chiese agli italiani di mandare deputati a Roma la sua intenzione era stata quella di costruire un Parlamento per tutta l'Italia e di raccoglierlo in Campidoglio. Questo era un pensiero grandioso e degno di uno statista di primo ordine. Non mancava neanche la possibilità concreta di un’applicazione pratica, perché le condizioni di quel tempo erano particolarmente favorevoli per un Italia indipendente. Con il Papa e l'imperatore lontani. Per 5 secoli dai giorni del tribuno, non ci fu più un tempo così propizio come allora. Sventuratamente quello fu un evento di breve durata e più apparente che effettivo. Un uomo dell’energia del genio di Cromwell avrebbe potuto condurre una rivoluzione del genere in porto, mentre un retore per quanto avesse ingegno non potrè farlo. Cola di Rienzo fu un uomo di ingegno ammaliatore. Sapeva comporre teorie generali con logica deduzione, con inadeguata capacità esecutiva, si scoraggiava e diventava uomo debole non appena entrava nella vita reale del mondo. Giunto al picco della sua gloria e del suo splendore fu preso dalle vertigini, la sua fantasia gli tolse la vista lucida. Aveva creduto che si raccogliessero in lui le speranze di un messia d'Italia e si paragonava a Francesco che, come quest’ultimo, aveva risollevato la chiesa cadente doveva restaurare l'impero. Ma l'uomo d'Assisi avrebbe come ogni tribuno antico respinto qualunque paragone di sé col vanitoso demagogo che si onorava di pompe fastose e fantastiche.

Infine, si arrivò alla riunione del famoso parlamento nazionale, con il quale però non si giunse a nulla di pratico, divenne semplicemente una scenata simbolica e teatrale. Cola di Rienzo a questo punto aveva fatto abbastanza per sfidare il papato ed ora doveva pagarne le conseguenze.

Prima dell’arrivo dei provvedimenti del Papa cola riuscì a bandire nuove leggi: confermava a tutta Italia il diritto di cittadinanza romana, vietava ad imperatori e principi di entrare armati nelle terre romane senza permesso del pontefice o del popolo romano.

Nubi sempre più neree e minacciose si addensavano su di lui, a causa della sua superbia e dell’ostentazione crescente ci fu un calo dell'entusiasmo popolare ed i baroni romani, guidati da Stefano Colonna, ne approfittarono immediatamente pianificando una sua caduta. Anche papa Clemente VI, che in precedenza lo aveva sostenuto, non accolse di buon grado le sue idee di Impero Romano basato sulla volontà del popolo e quindi anche il pontefice divenne ansioso di liberarsi di lui. Il 20 novembre Cola, coraggiosamente, incontrò e sconfisse, a capo di una milizia romana, i Colonna, radunatisi a Palestrina in un singolare sodalizio con gli Orsini. I loro eserciti si posero minacciosamente fuori porta S.Lorenzo già il 20 novembre ma, varcate le mura, Giovanni Colonna ed il padre Stefano furono assassinati: l'ingloriosa ritirata confermò la tenuta del Tribuno. Tuttavia, benché vincitore, Cola ne fu travolto perché, carente di risorse e necessitando di un esercito personale, impose tasse straordinarie aggravate dall'aumento del costo del grano, causando il malcontento popolare. La vittoria, inoltre, gli fece perdere ogni moderazione: divenne infatti più arrogante nel comportamento e più elegante negli abiti. Il papa, esasperato, il 3 dicembre emanò una bolla dichiarando Cola un criminale ed invitando il popolo romano a cacciarlo.

I Colonna ed i Savelli, con i fondi resi disponibili dal Legato papale, assoldarono un esercito per una insurrezione e furono alzate barricate fino alle porte del Campidoglio. Preoccupatissimo, il Tribuno fece suonare le campane di S.Angelo in Pescheria per richiamare il popolo ma nessuno accorse in suo aiuto. Così, dopo giorni di incertezze, il 15 dicembre si rifugiò in Castel S.Angelo.. Nel gennaio del 1348, a supporto della scomunica, fu formulata l'accusa di eresia malgrado la qualifica di "Candidatus Spiritus Sancti" ed il 7 maggio il notaio Francesco Orsini giunse a Roma con un ordine di arresto firmato dal Papa. Privo di ogni protezione, il Tribuno riparò fra le montagne dell'Abruzzo presso una Comunità di Francescani eretici della Maiella.

Rifugiatosi a Praga nel mese di luglio 1350, Cola pregò l'imperatore Carlo IV di ripristinare la libertà in Italia, ma l'imperatore lo fece imprigionare e lo consegnò al Papa nel mese di agosto 1352. Ma la sorte venne in soccorso del Tribuno: papa Clemente VI morì nel dicembre dello stesso anno ed il suo successore, Innocenzo VI, lo graziò nella speranza di usarlo contro i baroni di Roma. Cola allora tornò a Roma nel mese di agosto 1354, accompagnato dal legato pontificio, il cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz. Venne acclamato dal popolo e restaurò il suo potere, ma ancora una volta cedette alla debolezza di non riconoscere i suoi limiti.

Prova della sua impopolarità fu quando, invitati i nobili a rendergli omaggio in Campidoglio, gli Orsini, suoi vecchi amici, furono gli unici a presentarsi insieme a pochi altri. Oltre a questo, si ripristinava lo stato di disordine antico, per cui a sette anni dalla sua fuga Cola trovava Roma uguale a come la aveva lasciata. Lui stesso era fuori dallo stato normale: piangeva e rideva allo stesso tempo.

Divenuto insopportabilmente tirannico, l’8 ottobre, Cola si destò al grido di “Popolo! Popolo!” delle genti che inondavano il Campidoglio. Chiamò intorno a sé giudici, notai, guardie e amici ma fuggirono tutti. Allora allarmato si affacciò al balcone del palazzo per parlare alle genti; fece cenno che tacessero ma essi strepitarono ancora di più per sovrastare le sue parole nel timore di essere ammaliati.

Questi ultimi momenti della vita del tribuno Di Rienzo avrebbero rappresentato una fine più che dignitosa se non fosse accaduto che, circondato dal popolo, Cola, fu costretto alla fuga dopo essersi calato dal palazzo nel cortile.

Cola ebbe allora la possibilità di affrontare la fine in maniera gloriosa andando incontro al popolo furibondo e, accettare la sua sorte, affrontandolo. Decise invece per un epilogo miserabile¸ infatti tentò di scappare dopo essersi travestito per non farsi riconoscere.

Non riuscì tuttavia nel suo intento: giunto all’ultima porta un popolano lo riconobbe, lo afferrò e lo trascino giù per la gradinata del Campidoglio. Là fu circondato dalla gente accorsa, in silenzio profondo senza che nessuno osasse aggredirlo per rispetto dell’uomo che un tempo aveva salvato Roma.

Dopo qualche momento, tuttavia, qualcuno nella mischia ardì di colpirlo per primo dando il via ai molti che lo trafissero con la spada, per poi essere finito con la decapitazione.

Con Cola di Rienzo si chiude la lunga serie di coloro i quali, ammaliati dal fascino di Roma ed ispirati dal dogma della monarchia romana, combatterono per la restaurazione di una idea irraggiungibile.

Il suo piano ambizioso di raccogliere di nuovo i popoli attorno al Campidoglio, quando il Papato era lontano, e di restaurare nuovamente l’impero universale latino, ridestò ancora una volta la fede entusiastica dell’idea universale di Roma. Ma fu anche l’ultima reminiscenza di questa tradizione antica.

Scrive il Gregorovius che:

“Come nel regno della natura, così in quello della storia, vi sono delle correnti d’aria che, riflesse, vengono soffiando da zone remote del passato; tale e più meravigliosa di tutte fu la persona del “tribuno del popolo”. In Cola di Rienzo, attore da teatro che fa la parte di eroe, avvolto in brandelli di porpora dell’antichità, s’accoglie una miscela di ingegno e di pazzia, di verità e di menzogna, di esperienza e di inesperienza dei suoi tempi. […].”

E ancora:

“Il tempo in cui visse Cola di Rienzo, agognava con desiderio fervente ad una meta di libertà, si ispirava alla speranza di un Messia, portava in grembo la semenza di un genio nuovo. Non fu dunque un prodigio che l’Italia tenesse il geniale tribuno del popolo in conto di eroe e di suo salvatore, quando egli spiego arditamente la sua bandiera in campidoglio. E infatti fu il profeta del Rinascimento latino.

Le idee grandiose di Cola sull’indipendenza e sull’Unità di Italia, sulla riforma della Chiesa e del genere umano, bastano a far dimenticare le sue follie politiche a sollevare per sempre dal buio la sua memori. Nessun secolo dimenticherà che, sui ruderi di Roma, questo plebeo dalla mente esaltata, coronato di fiori, fu l’uomo che fece balenare nella tenebra della sua età il primo raggio di luce, Con occhio profetico egli additò alla sua patria la meta cui essa doveva giungere soltanto cinque secoli dopo.”